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L’Open d’Italia è molto più di una semplice competizione sportiva: è il racconto a cielo aperto di come una disciplina nata sui links britannici abbia trovato in Italia una sua seconda, elegantissima casa. Quinta massima rassegna continentale per anzianità, la sua storia è fatta di pionieri in giacca e cravatta, campioni leggendari e una rinascita recente che ha proiettato il nostro Paese al centro del golf globale.
Le origini: giacca, cravatta e il Lago Maggiore (1925)
Tutto comincia nel 1925 sulle storiche pendenze del Golf Club Alpino di Stresa, perla affacciata sul Lago Maggiore. Il golf dell’epoca è una questione per pochi gentiluomini. In campo, per la prima edizione, si presentano appena tre giocatori.
A spuntarla è un professionista italiano, Francesco Pasquali, che batte di un solo colpo il britannico William H. Jolly. Sarà il primo storico nome inciso sul trofeo. Negli anni successivi, prima che la Seconda Guerra Mondiale imponesse lo stop, il torneo vive del dominio di grandi stelle internazionali, su tutti il francese Auguste Boyer, che con quattro trionfi detiene ancora oggi il record di vittorie complessive.
Il Dopoguerra e l’era dell’European Tour
Dopo il conflitto, l’Open d’Italia riparte e nel 1972 vive la sua svolta moderna: entra ufficialmente a far parte del neonato European Tour (oggi DP World Tour). Diventa uno dei pilastri del circuito, attirando anno dopo anno i più grandi fuoriclasse del pianeta.
Scorrere l’albo d’oro dagli anni ’70 in poi significa leggere la storia stessa del golf mondiale. Sui fairway italiani hanno trionfato leggende del calibro di:
Tony Jacklin (1973)
Billy Casper (1975)
Bernhard Langer (1983 e 1997)
Sandy Lyle (1984 e 1992)
Greg Norman (1988)
Sam Torrance (1993)
Gli eroi di casa e il fenomeno Molinari
Vincere l’Open di casa ha un sapore unico. Nel dopoguerra l’impresa riesce a giganti del golf nostrano come Aldo Casera (1948) e Ugo Grappasonni, autore di una splendida doppietta nel 1950 e 1954. Più avanti, l’orgoglio azzurro viene difeso dalle storiche vittorie di Baldovino Dassù a Is Molas (1976) e Massimo Mannelli all’Acquasanta di Roma (1980).
Bisognerà poi aspettare ben 26 anni per rivedere il tricolore sul gradino più alto del podio, grazie all’uomo che ha riscritto la storia del golf italiano: Francesco “Chicco” Molinari. Il torinese infiamma il pubblico prima nel 2006, sul percorso del Castello di Tolcinasco, e si ripete poi in un’edizione memorabile nel 2016 al Golf Club Milano, superando tra le ovazioni della folla il campione del Masters Danny Willett.
La consacrazione globale e la vetrina della Ryder Cup
Nel 2017 l’Open d’Italia fa il salto di qualità definitivo entrando nella prestigiosa Rolex Series, una mossa che ne eleva temporaneamente il montepremi a 7 milioni di dollari e attira un field straordinario, consacrando l’inglese Tyrrell Hatton davanti a un pubblico record a Monza.
Negli anni successivi, il torneo si trasforma nel palcoscenico perfetto per preparare l’evento sportivo più importante mai ospitato dal golf italiano: la Ryder Cup 2023. Spostandosi in pianta stabile sui fairway del rinnovato Marco Simone Golf & Country Club alle porte di Roma, l’Open d’Italia ha permesso ai più forti giocatori del mondo di testare il percorso capitolino, proiettando stabilmente la rassegna e l’Italia intera nell’élite della geografia golfistica mondiale.
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